Biografia

1969: Il primo testo: “GLI IDEALI DEL SIGNOR D”

Il primo testo, fortunatamente rappresentato, risale al 1969: “GLI IDEALI DEL SIGNOR D.”

In italiano, a scuola, avevo sempre irrimediabilmente un pietoso 6, ma al liceo artistico, che prevedeva solo due ore a settimana in questa materia, non era determinante. Più importante era la sufficienza in figura e ornato disegnato, architettura… Ma lì era ancora peggio, tanto che alla maturità mi rimandarono in tutte le materie artistiche.

Nella ricerca di una “strada” da percorrere, ne ho provate tante, da una scuola infermieri a vignettista, da qualche anno di università alla facoltà di lettere, a baby sitter e perfino insegnante di educazione artistica alle scuole medie per ben 7 anni!

Nel frattempo, pungolata da una frustrazione che mi aveva perseguitato dai tempi delle elementari in cui le suore mi scartavano sistematicamente da qualsiasi recita (non avevo genitori importanti da invitare alle rappresentazioni) ho tentato di coronare il mi sogno: fare l’attrice.

Tutto è nato per caso e la fortuna mi ha aiutato.

 

Un amico mi aveva raccontato una storia che avrebbe voluto scrivere e che non aveva mai avuto il coraggio di fare. Io ho colto la palla al balzo. Gli ho chiesto il permesso di farlo io, ed è nato il mio primo spettacolo.

“GLI IDEALI DEL SIGNOR D” era un testo addirittura interattivo in cui un banditore-piazzista vendeva al pubblico l’Amico Ideale e la Donna Ideale. E stava al pubblico la scelta.

Portai il testo al coordinatore di un teatrino di Testaccio, “l’Accento” che lo trovò decoroso e diede il permesso di metterlo in scena.

Proposi Alberto di Stasio per la regia (fresco di Accademia) e me stessa per il ruolo della protagonista femminile. In fondo, io avevo scritto il testo esclusivamente per fare l’attrice. Purtroppo “il produttore” non mi ritenne idonea per interpretare la parte della Donna Ideale, quindi scartata. 

Non mi arresi e aggirai il problema. Piuttosto che rimanere fuori dal palcoscenico, aggiunsi, in corner, un altro personaggio, l’assistente del banditore, una specie di folletto che non parlava mai, ma che stava costantemente alle costole del protagonista e quindi sempre in scena. In fondo il testo l’avevo scritto io,  avevo pur diritto a perfezionare la mia creazione.

Ero molto determinata e l’organizzatore ingoiò il rospo.

Lo spettacolo andò in scena e il caso volle che Castellacci e Pingitore, storici autori del Bagaglino, vennero ad assistere alle nostre performance amatoriali in cerca di nuovi talenti.

Il mio personaggio li incuriosì. Cercavano, per il loro spettacolo, “un regazzino” romano e dispettoso.

Mi convocarono per un provino.

Mi presero e, forse, poi si pentirono, chi lo sa.

 


1970: Attrice al Bagaglino: “SETTANTA MI DA’ TANTA”

Nel 1970, ero al Bagaglino, in Vicolo della Campanella, nel cuore di Roma, a recitare a fianco dei giovanissimi ed emergenti Pippo Franco ed Enrico Montesano nello spettacolo: “SETTANTA MI DA’ TANTA”.

Finalmente ero diventata un’attrice professionista.

I giornali, almeno quei due che conservo privi di intestazione, mi definirono così:

“Cecilia Calvi si presenta per la prima volta con la sua maliziosa freschezza” o “…Cecilia Calvi, traboccante di freschezza, pregio che ha fatto passare inosservati i difetti…”

A proposito, Calvi è un nome d’arte.  Mio padre mi permise di recitare al Bagaglino solo a due condizioni: che cambiassi nome e che la sera tornassi a casa con uno dei miei fratelli che, per venirmi a prendere dopo lo spettacolo, pretesero cinquecento lire a sera.

Quando la famiglia crede in te e ti sostiene nelle scelte e nella carriera!

 

 

1972: Da destra a sinistra

L’esperienza al Bagaglino mi insegnò tante cose, soprattutto il linguaggio del cabaret. Finite le repliche dello spettacolo, loro non ebbero più bisogno di un “ragazzino” o di una Calvi “fresca” ma inesperta ed io ebbi invece bisogno di seguire i miei ideali che, politicamente, andavano nell’opposta direzione. Consideravo il teatro come luogo non solo di divertimento, ma anche di informazione, di lotta politica e sociale.

Anche io nuotavo in quel brodo di rinnovamento, di speranze, di lotte.

Dario Fo era un maestro per tutti.

 

“LA CLASSE OPERAIA STA IN PARADISO”

scritto nel ’72, fu il mio primo cabaret politico.

 

“La classe operaia non va in paradiso, perché già ci sta: ci sta l’edile precipitato dall’impalcatura, ci sta il pendolare stroncato dal ritmo di vita e di lavoro,  l’impiegato che consuma la giornata in straordinari, l’operaio alla catena e così via…”  scrisse il Paese Sera quando, nell’ottobre nel ’72 fu rappresentato.

 

Ma rappresentarlo non fu facile. Prima di tutto ci volevano degli attori o comunque dei compagni di avventura. Tornai al teatrino di Testaccio dove avevo debuttato. Convinsi tre ragazzi bravi e spiritosi (uno di loro, Lorenzo Alessandri fu poi il cuore della futura cooperativa) a far parte della compagnia, mentre della parte musicale se ne occupò Stefano di Stasio con il suo pianoforte. Ma soprattutto ci fece le scenografie, dipingendo   pezze e cartoni, vere opere d’arte, visto che poi è diventato un pittore di grande valore, annoverato tra gli artisti fondamentali dell’Anacronismo.

Molta volontà e creatività ma, naturalmente, niente soldi, ma  non era quello il problema principale. Il problema era un teatro, in senso di locale, che ci permettesse di andare in scena e un luogo per le prove.

Le prove le facemmo ovunque, perfino nei giardini pubblici e nei cortili.  Quando fummo pronti, mettemmo insieme quattro stracci, due pezzi di legno, li caricammo in macchina e andammo in tutti i teatri alternativi a mostrare dei “trailer” del nostro spettacolo.

Il teatro di Centocelle  ci accolse per non tradire la sua vocazione di generosa ospitalità, dava a tutti uno spazio per esprimersi, grandi professionisti o ragazzi di buona volontà come noi.

Il pubblico era “verace”, gente di quartiere, qualche intellettuale e operai che pretendevano estenuanti dibattiti post- spettacolo.

La nostra caparbietà fu premiata ed il periodo in cui si teorizzava. “La fantasia al potere” o “Una risata vi distruggerà” fu favorevole. 

I giornalisti sfidarono il traffico e la distanza e la critica fu benevola ed incoraggiante.

 

“Lo spettacolo non lascia la satira per il qualunquismo barzellettistico… è stato un cabaret di buon livello.  Bertini Paese Sera.”

“Non ha niente da invidiare … a nessuno degli spettacoli che da sette anni vediamo nei cabaret romani, salvo l’abbondanza di mezzi e la notorietà degli attori…. Mattia, Momento sera”

 “In mezzo ad una serie di invenzioni piuttosto fresche e gustose, sostenute da una scelta di musiche assai gradevoli e intelligentemente cercate…in cui…elemento ricorrente è l’invito a pensare, a leggere, a ragionare, a non lasciarsi, insomma, politici, ma nella linea di un intrattenimento divertente” Maricla Boggio, l’Avanti!  

 

Da lì cominciò la nostra storia di gruppo teatrale e la mia professione di autrice, regista e attrice.

 

1973  “DEGASPERONE, ovvero vent’anni dopo…”

Visto il successo del primo spettacolo mi misi a scriverne un altro. Ero molto incuriosita dal decennio che aveva seguito le lotte della resistenza. Volevo capire come il dopo-guerra avesse partorito la democrazia cristiana e come l’Italia fosse stata politicamente ricostruita dalle macerie della guerra. Nel '73 la guerra era ancora dietro l’angolo e i testimoni sopravvissuti, tutti ancora vivi. Ho studiato molto per scrivere questo testo. Anche se, lo confesso, in pieno compromesso storico affrontare un argomento simile con l’allegra faziosità tipica dell’epoca, creava qualche problema. Ma ancora una volta il Teatro Centocelle ci aprì le porte e lo spettacolo andò in scena (Previo ritocco del titolo che perse la prima parola e mantenne: “…ovvero vent’anni dopo”.) Quattro pezze, molta musica, attori con molta buona volontà. E così si espresse la critica:

 

ROMA, TEATRO CENTOCELLE

“Chi ha voglia di godersi il raro piacere di assistere ad uno spettacolo cabaret di natura politica che non sia un comizio pesantemente e noiosamente didattico, ma anzi fresco, stimolante e divertente, non deve perdere l’occasione di vedere “Ovvero vent’anni dopo”…. I testi, mostrano una notevole freschezza d’inventiva, la cui vena è riuscita a produrre una raffica di battute pungenti e stimolanti” IL MESSAGGERO 24.11.1973

 “…un testo agile e spesso brillante; lo spettacolo corre tutto d’un fiato, tirato, essenziale, robusto come vena satirica…è un cabaret, ma un cabaret del tutto particolare, dove la satira non perde mordente nell’affannosa ricerca di non scontentare nessuno… Uno spettacolo realizzato da militanti che non dimenticano nell’impegno artistico un altro tipo di impegno culturale, politico e civile” PAESE SERA, 13.11.1973

MILANO …”Attraverso tanti siparietti veloci ed incisivi, la satira sostituisce in modo più efficace il lamento e non fa pesare la mancanza e la povertà della messa in scena e gli impacci di qualche attore improvvisato” IL GIORNO Edizione Milano 29.12.73 

 

Il pubblico più critico fu al Teatro Officina di Milano. (Oggi Zelig) Guardavano con diffidenza questi romani cialtroni ma molto, troppo allegri e incoscienti per parlare di argomenti così seri come la ex resistenza e la politica. Noi tentammo di scaldarlo, quel pubblico, nonostante il freddissimo inverno lombardo.  Non abbiamo mai visto il sole. Fuori del teatro sembravamo tanti “Toto’ e Peppino”, brancolavamo in una nebbia fitta che nascondeva anche il Duomo. A quel tempo, a Milano, c’era la nebbia. E tante altre cose che ora non ci sono più.

 

Nel frattempo tentai anche di entrare all’Accademia d’arte drammatica. Non ammessa. Ed al Centro Sperimentale di Cinematografia. Silurata. Sconfitte che mi diedero una spinta maggiore per continuare, per dimostrare che si erano sbagliati.

 

LA NUOVA EDIZIONE del DEGASPERONE

Nel ’77 e 78, dopo aver debuttato con “Abballati femmene” e “Provaci ancora Amintore” a grande richiesta, come si dice, riprendemmo il Degasperone. Altri attori (a parte lo zoccolo duro), altri cantanti, scenografie sempre povere.

Il pezzo forte dello spettacolo era una grande cassa di legno che, come nei giochi dei bambini, poteva diventare tutto: dal nascondiglio di partigiani, al pulpito di Padre Lombardi, ad un carro armato. Una cassa che, mi ricordo, spedimmo alla stazione come “bagaglio appresso” per farla arrivare a Firenze, al Teatro Humor Side, dove ci avevano invitato.

Il pubblico fu partecipe e numeroso, la critica generosa:

 

“…È l’esempio di una satira politica condotta con intelligenza e proprietà di mezzi teatrali” PAESE SERA. FIRENZE. 10.11.78

 

Abbiamo portato lo spettacolo in varie città, ma la nostra roccaforte era Roma e la sua borgata. Repliche al Sabelli di San Lorenzo, al Circolo della Birra a Trastevere, al cinema Avorio… Anche nell’aula magna della Sapienza, subito dopo il concerto di un “certo” Lucio Dalla. Eravamo molto richiesti. Raccontavamo una bella storia.

E la critica, che all’epoca aveva ancora il suo spazio sui giornali, si esprimeva di nuovo così:

 

  “Con graffiante umorismo il G.T.P. impartisce una polemica lezione di storia… Raccontano tutto con la concisione dei più caustici fumetti politici e con la grazia delle terzine in rima che sembrano uscite dal Corriere dei Piccoli." CORRIERE DELLA SERA. ROMA 5.12.77

 “Lo si può guardare come si leggono certi agili fumetti pubblicati in questi ultimi anni…”   LA REPUBBLICA

“Il potere… diventa un motivo di satira gustosa e garbata, con una verve che, in taluni momenti, sembra mutuata dai “comics”, per la sua dirompente ironia intrisa di toni surrealistici”   IL TEMPO

 

LA MIA  UNIVERSITA’

A proposito… Approfittai degli approfonditi studi fatti per scrivere il Degasperone, per dare un esame all’università: Storia moderna e contemporanea. Un successone. I professori rimasero stupiti della mia preparazione, dalla mia sicurezza e proprietà dell’argomento. Magari con un’esposizione un po’ troppo di parte, ma a quell’epoca si poteva… 29!

In quel periodo ero iscritta all’università. Dopo il liceo artistico, avrei potuto accedere solo ad architettura, ma essendo stata rimandata alla maturità proprio in quella materia, era bene cambiare facoltà. Per iscrivermi a lettere, dovetti fare un “anno integrativo”, (mentre, contemporaneamente, facevo anche un corso abilitante per diventare di ruolo come professoressa di educazione artistica.) A lettere ho dato solo tre esami: letteratura moderna, 30!, Storia moderna e Storia del teatro. Su questo esame mi sentivo abbastanza preparata, venendo appunto dal teatro. Mi sbagliavo. A quell’esame non interessava il teatro “vero”, “vissuto”, “reale”, ma la TEORIA del teatro. Un grande esempio di cultura distante e distaccata dalla realtà. Fui “interrogata” da una giovane assistente, probabilmente più giovane di me, ma con una grande prosopopea. Sapeva tutto lei, lei, che sul palcoscenico non c’era mai stata. Mi dette un paternalistico 30 di “incoraggiamento”, perché era uno dei miei primi esami. Ero furiosa. Così furiosa che lasciai l’università. Studiare era faticoso e forse era faticoso perché non era interessante. Almeno per me.

A casa, la notizia non creò nessun problema. In fondo ero una femmina e il lavoro già ce l’avevo. Non il teatro, anzi, le “recite” come le chiamava mio padre, ma l’insegnamento.

Infatti dopo che avevo finalmente avuto una “cattedra” (in quel tempo era possibile) annunciai che avrei smesso di fare la prof., in famiglia scoppiò la tragedia.

Ma come, un lavoro sicuro, uno stipendio a fine mese e una pensione assicurata! Mio padre aveva ragione. Ma io non ce la facevo più a entrare in quelle classi di borgata ad insegnare il disegno senza che gliene fregasse niente a nessuno. A sforzarmi di non essere “autoritaria” là dove invece gli alunni stessi chiedevano le punizioni, le note, per affermare il loro potere e guadagnarsi la nomea di cattivi ragazzi.

Insomma era complicato. E il mio sistema nervoso non ce l’ha fatta.

Ho abbandonato la scuola e sono stata meglio, molto meglio. Ma non certo economicamente. Anche se, con gli spettacoli, bene o male ci si campava.

 

1974 “PROVACI ANCORA…AMINTORE”

Cabaret di transizione. Interpreti: la sottoscritta e lo zoccolo duro: Lorenzo Alessandri e Gaetano Mosca. Voce e strumenti di Michele Lepore, Mauro Bastoni, Carmencita. Dopo il grande sforzo di “ricerca storica”, un ritorno all’origine,  puro cabaret, allietato da canzoni popolari.  

 

1975ABBALLATI FEMMENE!”

Dopo il primo Degasperone, affrontai un argomento molto “sentito” in quel momento, la condizione della donna. Sembra una scelta tutta in discesa, ma all’epoca non era facile prendere la cosa dal verso giusto, in pieno fondamentalismo femminista. Infatti, alcune “piazze” pretendevano uno spettacolo di sole donne e, visto che nel teatro come nella vita i ruoli sono vari come i sessi, in quelle piazze non ci siamo andati. Di donne, in scena, ce ne erano molte: a parte me e Rosa di Brigida, molte cantanti: Anita Vescuso, Carmencita, Cristina, Patrizia Capobianco. Mentre gli uomini erano i soliti Lorenzo Alessandri, Gaetano Mosca, e tra i musicisti e cantanti, Michele Lepore, Giancarlo Ancona, Mauro Bastoni…

Fu uno spettacolo che, per l’argomento, fummo costretti a riprendere ogni anno. Eravamo chiamati ovunque, (grazie anche all’Arci) affrontando anche il profondo sud. Ci trovammo a volte a fare lo spettacolo sulla condizione della donna davanti a tremila uomini, solo ed unicamente uomini, senza l’ombra di una donna. Le donne, di sera,  dovevano stare in casa. (Stiamo parlando del 1976, quando ancora esisteva il delitto d’onore)

Così abbiamo conosciuto tutta l’Italia e le sue culture. Siamo andati anche all’estero, nelle colonie italiane, dividendo sempre camere e pasti con le famiglie degli organizzatori. A volte pasti scarsi e neppure letti, ma stare tra la gente di cui rappresentavamo la condizione era molto più importante e soddisfacente. La critica, come al solito, premiò i nostri sforzi.

 

“Il tema è sempre di attualità: la condizione della donna vista in un rapido e pungente excursus che parte dalla creazione del mondo secondo la mitologia cristiana… Il “taglio” è quello del cabaret “a battute” e giochi di parole o di situazione c’è la novità delle canzoni e delle musiche che ogni tanto sottolineano e cuciono insieme i vari quadri specie quando i salti storici sono troppo lunghi… Ma c’è anche la preoccupazione di non dire battute per il solo gusto di far ridere, ma di dare una spiegazione, un preciso angolo storico, una giustificazione dialettica così che l’insieme è ben corposo e importante di un semplice cabaret…!" ROMA. PAESE SERA 31.5.76 

“Un contributo teatrale alla presa di coscienza del problema della donna…” LA REPUBBLICA

“Con humor vivace, tutto fila gradevolmente in un clima di assalto entusiasta ai luoghi comuni tra canti e scene briose” MESSAGGERO

"…C’è molto spirito di osservazione, molto humor e molta voglia di percorrere la strada della vita senza acredini e complessi…” AVANTI!

 


1976I CHIODI NON LI MASTICO PIU’!”

Mentre continuavamo a girare l’Italia con “Abballati femmene!” pian piano prendeva forma un altro spettacolo, ancora più provocatorio degli altri.  Iniziava infatti con un banditore che annunciava che la pena di morte (dopo essere stata abolita e ripristinata varie volte nel corso della storia, cominciando dal 1882) veniva definitivamente “ripijata”, non con le stesse modalità ormai desuete di un tempo, ma utilizzando ospedali, manicomi, carceri, ritmi di produzione e perfino  la nube di veleni  sparata nell’atmosfera da una fabbrica di Seveso nel ‘76. Anche questo spettacolo andò bene, soprattutto per una new entry nel vecchio gruppo:

 

Paolo Coppini.

“Un cantante matto stralunato che sembra un Danny Kaye cresciuto in campagna, con il mento ossuto, il viso un po’ rosso, le orecchie grandi. Ha la voce più stonata mai udita su un palcoscenico,  ma con la più grande faccia tosta canta una mezza dozzina di esilaranti canzoni.”

Così lo definiva il Corriere della Sera. Aveva ragione, e, anche se non l’aveva messo nero su bianco, in sostanza lo definiva “un genio”.

Paolo Coppini era un maestro di tennis in continua polemica con il mondo, che aveva convogliato la sua rabbia, mischiandola con intelligente e fine ironia, nella musica. Suonava la chitarra, il pettine e il cazoo. Era piuttosto indisciplinato, ma buono come il pane. Allergico alla mondanità e a partecipazioni radiofoniche e televisive, aveva un concetto molto rigido e puro dell’arte e della politica. Nessuno sarebbe mai riuscito a comprarlo. Lui era solo un menestrello, un portavoce di una umanità sofferente e arrabbiata e tutto doveva finire lì. 

Fu Lorenzo Alessandri a scoprire il suo talento e portarlo nella compagnia. Si erano conosciuti nella appena nata Scuola di Musica di Testaccio,  dove passavano il loro tempo ad imparare a suonare chi la tromba, chi il bombardino, ma soprattutto a ristrutturare e imbiancare i locali. In quello erano decisamente molto dotati, per cui i grandi maestri di jazz se li tennero ben stretti e chiusero un po’ un occhio sull’apprendimento della lettura degli spartiti. 

Così anche Paolo Coppini,  la sua chitarra e il suo cazoo entrarono a far parte della compagnia, accompagnato anche al pianoforte da Giancarlo Ancona e Gualtiero Cesarini alla chitarra..

 

Questo spettacolo fu il punto più alto del nostro successo. Era il momento in cui  bisognava fare il grande salto. Il momento del grande Benigni e di tutti i gruppi lanciati da Renzo Arbore. Il momento in cui bisognava osare, passare dall’altra parte, diventare “grandi” prima che arrivasse il “riflusso” del  1980.

Forse non eravamo abbastanza ambiziosi. Forse non eravamo abbastanza coscienti di quello che ci stava capitando e di cosa rappresentavamo. Forse eravamo pigri. Forse avevamo paura della responsabilità e delle ansie di prestazione. Forse eravamo fiaccati dalla fatica di quella iper-democrazia estrema dettata dall’ideologia,  in cui tutti dovevano fare tutto. Il tecnico delle luci, per democrazia, doveva salire sul palco e cantare anche se era stonato. Avevamo preso alla lettera il comunismo.

 

“…È uno spettacolo per molti versi fresco e insolito, una sorpresa, un fiore una volta tanto non spampanato nel nostro spampanatissimo giardino del nostro cabaret…” LA REPUBBLICA, Nico Garrone

“…Sette ragazzi scatenati con una grinta spontanea e di talento , aggrediscono lo spettatore con sketches fulminanti, battute mozzafiato, canzoni tutte da ridere… Parlano spesso in romanesco, tra Belli e Pasolini,, ma poi scattano per travolgenti incursioni in napoletano…” CORRIERE DELLA SERA M.G.

“Lo spettacolo è senza dubbio da vedersi… tutti ci danno dentro con passione e capacità… in particolare lo stonatissimo e stralunato Paolo Coppini che offre siparietti musicali esilaranti…” PAESE SERA. Bertini

"Spunti satirici sulla crisi economica e morale del nostro paese vengono sparati a raffica…" IL MESSAGGERO. U.S.

“Paolo Coppini canta stonato, ha l’aria svagata, come se si trovasse sul piccolo palcoscenico per caso… la sua satira è infatti pungente, nel non senso apparente…” L’UNITA’ G.Ba.

 "…è un’intelligente satira sul Potere, con un linguaggio di effervescente semplicità." IL TEMPO

 "…le travail du groupe ne se limite pas à la présentation du spectacle mais il poursuit continuellement des recherches collectives qui souvent apparaissent dans le texte (par Cecilia Calvi) dans la composition des musiques inédites, dans les décors, dans la régie…" VOIX OUVRIERE  Ginevra (Svizzera)

 SLIDESHOW

Continua….
Comments